Stagionalità: il problema che nessuno vuole risolvere

Ad agosto l’hotel è pieno. Le tariffe salgono. Il personale lavora al limite della capacità. Il ristorante aumenta i coperti. Le camere vengono vendute rapidamente. Tre mesi dopo lo stesso edificio è ancora lì. Stesse camere. Stesso ristorante. Stessa spa. Stessi metri quadrati. Ma una parte della domanda è scomparsa. È una delle contraddizioni strutturali dell’hospitality. Un hotel richiede capitale, manutenzione, organizzazione e una struttura di costi che non scompaiono semplicemente quando termina l’alta stagione. La domanda, invece, può cambiare
radicalmente nell’arco di poche settimane. La stagionalità non è quindi soltanto un fenomeno turistico. È un problema di utilizzo della capacità produttiva. E, di conseguenza, un problema economico.

I numeri mostrano quanto il fenomeno sia strutturale. Nel 2025 quasi un terzo di tutte le notti trascorse nelle strutture ricettive dell’Unione europea si è concentrato nei soli mesi di luglio e agosto. Nel mese di picco, agosto,
le presenze europee sono state 3,6 volte quelle di gennaio, il mese più debole. In Italia la distanza è ancora maggiore: circa 85 milioni di pernottamenti in agosto contro poco più di 17 milioni in novembre. Non tutte le destinazioni si comportano allo stesso modo. Mare, montagna, città d’arte, business destination e resort presentano curve di domanda profondamente differenti. Ed è precisamente questo il punto. Non esiste “la stagionalità”. Esistono modelli differenti di concentrazione della domanda. Comprendere il proprio è il primo passaggio per poter intervenire.

Un hotel molto stagionale può produrre ottimi risultati. Il problema non è necessariamente avere un picco. È dipendere eccessivamente da quel picco. Se una parte molto elevata del risultato annuale viene generata in poche settimane, quelle settimane devono sostenere economicamente anche periodi nei quali la struttura
lavora molto meno. Il modello diventa quindi più vulnerabile. Al meteo. Alla connettività. Alla capacità di spesa. Alla concorrenza. A un cambiamento nei mercati di provenienza. A un evento esterno che colpisca precisamente il periodo dal quale dipende una parte significativa del risultato annuale. La stagionalità diventa così anche concentrazione del rischio. Più il conto economico dipende da una finestra temporale ristretta, più qualsiasi
variazione in quella finestra produce effetti sproporzionati.

Qui nasce uno degli equivoci più frequenti. Destagionalizzare viene spesso interpretato come tentativo di portare lo stesso cliente nella stessa destinazione qualche settimana prima o qualche settimana dopo. Perché la domanda di novembre non deve necessariamente essere la domanda di agosto spostata nel calendario. Può essere una domanda differente. Un leisure hotel può sviluppare corporate retreat. Un resort può lavorare su wellness. Una struttura urbana può intercettare eventi culturali o sportivi. Un hotel con spazi adeguati può sviluppare meeting ed eventi. Un ristorante alberghiero può diventare una ragione di visita indipendente dal pernottamento. Un territorio enogastronomico può avere motivazioni di viaggio che non coincidono con la stagione balneare. Il principio cambia completamente: Non spostare la domanda esistente. Crearne una compatibile con un altro momento dell’anno.


Osservato in questo modo, anche il calendario cambia significato. Non contiene semplicemente giorni di alta e bassa stagione. Contiene occasioni differenti di domanda. Congressi. Concerti. Competizioni sportive. Festival. Vendemmia. Mostre. Mercatini. Ponti internazionali. Eventi aziendali. Periodi climaticamente favorevoli per specifiche attività. Un hotel che legge il calendario soltanto attraverso lo storico delle proprie prenotazioni vede ciò che è già successo. Un hotel che osserva ciò che accadrà nel territorio può iniziare a costruire domanda prima che questa arrivi. Questo richiede una relazione molto più stretta tra struttura e destinazione. Perché nessun hotel può destagionalizzare completamente un territorio da solo. Trasporti, attrazioni, ristorazione, eventi e servizi devono essere disponibili quando l’ospite arriva.

La destinazione è parte del prodotto alberghiero anche quando non appartiene all’hotel.

È qui che il tema incontra anche uno dei grandi cambiamenti nel modello economico alberghiero. Non tutti i reparti devono necessariamente seguire la stessa curva della room division. Un ristorante capace di intercettare clientela locale può generare domanda indipendentemente dall’occupazione. Un bar può lavorare con la città. Una spa può avere una propria base di clienti. Meeting ed eventi possono utilizzare spazi che in determinati periodi avrebbero una produttività molto bassa. Questo non significa che ogni hotel debba trasformarsi in una destinazione aperta alla città. Significa però smettere di considerare occupancy dell’hotel e domanda di tutti i suoi servizi come la stessa cosa. È un passaggio importante. Perché permette di chiedersi se alcuni asset possano produrre valore anche quando le camere non stanno lavorando alla massima capacità.

La concentrazione della domanda non riguarda soltanto i ricavi. Riguarda l’organizzazione. Assunzioni concentrate. Picchi di lavoro. Contratti stagionali. Formazione ripetuta. Difficoltà nel trattenere competenze.
Periodi di sottoutilizzo alternati a periodi di pressione operativa. Eurostat osserva che le fasi di bassa domanda
possono tradursi in sottoutilizzo delle strutture e instabilità occupazionale. Questo significa che allungare anche parzialmente il periodo di attività può avere effetti che vanno oltre le camere vendute.
Può rendere più sostenibile l’organizzazione del lavoro. Aumentare la continuità. Ridurre la necessità di ricostruire continuamente parti della squadra. Distribuire meglio alcuni costi. La destagionalizzazione diventa quindi anche un tema di struttura aziendale.

Tenere aperto non è sempre la decisione migliore. Quando la domanda non consente di coprire i costi incrementali dell’operatività, chiudere temporaneamente può essere più razionale che inseguire occupazione con tariffe insufficienti. La destagionalizzazione non deve quindi diventare un obiettivo in sè: non si tratta di essere aperti 365 giorni, ma di capire quali periodi possono diventare economicamente sostenibili. La stagionalità continuerà a esistere, ma questo non significa subirla. Segmenti differenti hanno calendari
differenti: senior, corporate, wellness, eventi o turismo enogastronomico possono generare domanda in momenti diversi dell’anno. Un hotel può quindi leggere i dodici mesi non come un unico mercato che sale e scende, ma come una successione di mercati da intercettare quando esistono le condizioni per produrre margine. Il vero obiettivo non è eliminare la bassa stagione, ma governarla. Perché il problema non è avere mesi con meno domanda: è saper produrre valore soltanto quando la domanda arriva da sola.